Parole come ‘città’, ‘paese’, ‘villaggio’, che noi siamo soliti utilizzare per distinguere differenti tipologie di aggregazioni umane, sono insidiose. Nell’udirle e nell’impiegarle siamo convinti di sapere quello che diciamo. In realtà, dovremmo tener conto che le parole mutano di significato nel corso del tempo, anche – e soprattutto – perché a cambiare sono le cose che esse designano. In alcuni casi però, non possono sorgere dubbi: è il caso di Tharros. Siamo certamente in presenza di un centro urbano, di una città. Posizionata su un promontorio collegato alla terraferma da un istmo, la sua fondazione fenicia risale intorno all’800 a.C. Esistono tracce evidenti di strutture nuragiche databili al 1200 a.C. Successivamente alla conquista punica della Sardegna, avvenuta intorno al 650 a.C., Tharros passa sotto la sfera di controllo cartaginese. In questo momento viene realizzato un tofet, un area sacra destinata alla sepoltura dei bambini, secondo alcune interpretazioni nati morti o morti entro i primi due anni di vita, secondo altri luoghi in cui si praticava il rito cruento del sacrificio umano. Per l’archeologo, la presenza di un tofet rappresenta un segno inequivocabile di urbanità. La città venne variamente occupata fino all’abbandono, avvenuto nel 1070 d.C.