Noti in letteratura fin dall’Ottocento, i resti del complesso monumentale di Santu Antine, nel territorio comunale di Genoni, sono stati messi in luce tra il 1980 ed il 1995. Le strutture restituite dal sito rimandano a un abitato nuragico e a un successivo insediamento punico, non è tuttavia ancora stata individuata l’articolazione complessiva della sua occupazione (riguardo l’età preistorica così come per quella storica). Nell’ambito del villaggio nuragico doveva avere rilevanza pubblica una grande capanna, dotata di sedile lungo il muro. Il suo utilizzo quale “capanna delle riunioni” è attestato, oltre che dalle stesse caratteristiche architettoniche, dal rinvenimento al suo interno di un betilo a forma di nuraghe, collocato originariamente in una nicchia ricavata nello spessore murario. I reperti più significativi di ambito nuragico provengono da un pozzo cilindrico, profondo quasi 40 metri, realizzato in epoca nuragica e riutilizzato in età romana. Realizzata in conci ben modellati di trachite fino alla quota di 6 metri e mezzo e in calcare nella porzione inferiore, l’eccezionale opera idraulica presenta un diametro all’imboccatura di 75 cm. I numerosi reperti recuperati al suo interno, in buona parte integri o ricomponibili, indicano una funzione cultuale almeno per quanto riguarda l’età nuragica. Oltre agli oggetti in bronzo – tra i quali spicca una figura di uomo nudo con bastone e collana ritorta stretta al collo – sono numerosi i recipienti in ceramica di forma adatta alla raccolta e alla conservazione dell’acqua. La fase nuragica di realizzazione e di utilizzo del pozzo si colloca tra il Bronzo Finale e la prima età del Ferro.